Conclusione.
Quello dell'URSS  stato il pi grande esperimento politico della
storia in cui la filosofia abbia avuto una parte importante. Esso
ha messo in evidenza la necessit di rivedere il rapporto tra
filosofia e storia. Al contrario di ci che pensavano i filosofi
del Settecento e dell'Ottocento, la ragione si  dimostrata
incapace di prevedere il corso della storia e ancor meno di
controllarlo. La realt risponde a premesse intenzionali con
conseguenze inintenzionali, afferma il filosofo austriaco
Friedrich von Hayek. E Alexander Zinov'ev, famoso dissidente degli
anni Settanta, arriva alla stessa conclusione utilizzando un'altra
espressione ugualmente efficace: I nostri vizi sono un
prolungamento delle nostre virt. Infine riportiamo l'opinione di
tanti reduci dai Lager: Di buone intenzioni sono lastricate le
strade che portano all'inferno.
Inoltre  apparso evidente che quando una dottrina politica che
essendo nata nel campo della filosofia si distingue per la sua
razionalit e coerenza arriva ad imporsi e a conquistare il
potere, essa richiede e quindi favorisce il rafforzamento dello
Stato, individuato come lo strumento pi indicato per la
razionalizzazione della societ. Nella storia dell'URSS la
necessit di adeguare il particolare all'universale secondo i
dettami della ragione epistemica fu imposta dallo Stato con
sistemi di tipo amministrativo e fin per produrre una violenza
generalizzata su milioni di uomini.
La stessa tendenza della ragione a ricondurre la complessit del
reale a schemi razionalmente accettabili e comprensibili spinge
verso una semplificazione della realt che spesso comporta
violenza e oppressione.
Di fronte al grande esperimento i filosofi allora presenti in
Russia reagirono in modi diversi. Ci furono coloro che con
entusiasmo e generosit s'impegnarono in prima persona, convinti
di realizzare un mondo migliore e coloro che non se la sentirono
di accettare l'esperimento politico in tutte le sue conseguenze,
ma ritennero comunque di dover collaborare (essi furono chiamati
compagni di viaggio). Ma vi furono anche coloro che rimasero
fortemente critici verso il nuovo potere.
Per quanto riguarda i filosofi non conformisti, Lenin stesso prese
la decisione di espellere dal paese alcuni di loro. Su quella che
venne poi chiamata la nave di filosofi, centosessanta fra i nomi
pi significativi della cultura russa dell'epoca furono costretti
ad abbandonare l'URSS (1922). Per gli altri la sorte fu peggiore.
Molti furono mandati a morire nei Lager come P. Florenskij,
considerato il Leonardo da Vinci della cultura russa per la sua
capacit di eccellere in molti campi, autore di importanti opere
scientifiche e filosofiche (come La colonna e il fondamento della
verit), e morto nei Lager delle  Solovki l'8 dicembre 1937.
Per quanto riguarda il grande amore che per lo Stato filosofico
ebbero numerosi filosofi dell'Occidente un esempio emblematico 
costituito dal caso Kravcenko, a cui si accenna in una lettura
di questo Quaderno (Capitolo Dodici, lettura 12, Elogio del
materialismo dialettico). Nel 1944 un dirigente comunista, tale V.
A. Kravcenko, aveva chiesto asilo politico al governo americano.
Nel febbraio 1946 usc il suo libro Ho scelto la libert, in cui
si parlava dei Lager nell'URSS e che divenne un successo
internazionale. Nel 1947 ne usc l'edizione francese. Nello stesso
anno il settimanale Les lettres franaises pubblic un articolo in
cui si affermava che il libro era stato costruito dai servizi
segreti americani. Kravcenko denunci il settimanale per
diffamazione. Il processo, che ebbe risonanza internazionale, vide
alcuni fra i nomi pi autorevoli della cultura francese
dell'epoca, che in precedenza si erano recati nell'URSS,
schierarsi a favore della difesa e salire sul banco dei testimoni
per giurare che le affermazioni sui Lager erano del tutto false.
Altri testimoni contro Kravcenko furono inviati direttamente
dall'Unione Sovietica.
Ma molti che erano stati in quei Lager e poi erano riusciti a
fuggire in Occidente si offrirono di testimoniare in suo favore.
Fra di essi c'era la signora M. Buber-Neumann, moglie di un
importante dirigente comunista tedesco, che dapprima era stata nei
Lager sovietici e poi in quelli nazisti. Questa donna coraggiosa
aveva anche scritto un libro di memorie sulla sua esperienza dal
titolo Prigioniera di Stalin e di Hitler (ristampato ultimamente).
Alla fine il processo fu vinto da Kravcenko.
Intanto il dibattito e la polemica imperversavano sui giornali
francesi e gli intellettuali dell'epoca riuscirono a trasformare
la vittoria giuridica dell'esule russo in una sconfitta culturale.
La maggior parte di costoro era convinta della falsit delle
notizie sui Lager nell'URSS perch ci non era razionalmente
credibile. Essi ritenevano semplicemente impossibile che la storia
smentisse cos brutalmente le aspettative della ragione.
A questa posizione se ne sovrappose poi un'altra, sostenuta
autorevolmente dal filosofo J.-P. Sartre, secondo la quale non si
aveva il diritto di criticare l'URSS per non indebolire il fronte
operaio nella sua lotta contro lo sfruttamento capitalistico.
Anche questa posizione  filosoficamente significativa: gi alla
fine del Seicento P. Bayle aveva sostenuto il primato della morale
(del bene sul vero), che gli illuministi nel secolo seguente
avevano poi identificato con l'utile sociale. Anche Sartre era
giunto alla conclusione che, quando la situazione lo richiede, si
deve mettere da parte la verit in nome del bene sociale,
coincidente per lui con la causa del proletariato.
Naturalmente vi fu anche chi non accett questa linea di pensiero,
come lo scrittore A. Camus, che per ebbe in sorte di venire
calunniato ed emarginato e di passare nell'amarezza e
nell'isolamento gli ultimi anni della sua vita.
Episodi di questo tipo si ripeteranno poi molte altre volte fino
alla pubblicazione di Arcipelago Gulag di Solzenicyn, che riusc
ad incrinare la grande diga (maggiori dettagli sull'argomento si
trovano nel Quaderno terzo/9).
